Il blog di Mario Mauro

Una voce italiana per l’Europa

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PDL: direzione nazionale

Pubblicato da Mario Mauro su 15 aprile 2009

Il Presidente Berlusconi e i tre Coordinatori Bondi, La Russa e Verdini hanno individuato i nomi dei 90 membri della Direzione nazionale, tra cui l’On. Mauro.

L’investitura verrà  formalizzata,  secondo quanto previsto nello Statuto, nella prima riunione dell’Ufficio di Presidenza.

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L’aiuto concreto dell’Ue

Pubblicato da Mario Mauro su 14 aprile 2009

martedì 14 aprile 2009

L’Italia intera si è stretta attorno a quelle bare. Un gesto di cordoglio doveroso rivolto alle vittime, ma soprattutto ai familiari che oggi sopravvivono al dolore di aver perso le cose più care: parenti, amici, casa e lavoro. Una situazione che ci scuote e non può lasciarci indifferenti di fronte alla volontà di ricostruzione e all’urgenza di affiancarci a loro in segno di fraterna amicizia.

 

Dopo giorni di sofferenza in cui abbiamo visto crescere di minuto in minuto, di ora in ora, il numero delle vittime, travolte da un dramma più grande di loro, la consapevolezza che infonde il coraggio andare avanti, come cittadini e come istituzioni, è che esiste un’Italia solidale, capace di compiere gesti generosità e cercare la via per sollevarsi. C’è una parte di Italia da ricostruire, messa a dura prova, ma che ha già trovato la forza di soccorrere chi è scampato al disastro. L’Italia non è sola.

 

400-500 milioni di euro, questa la cifra che concretamente l’Europa devolverà per la ricostruzione. «Garantisco che troveremo tutti i fondi indispensabili per la ricostruzione delle aree distrutte in Abruzzo dal sisma del 6 aprile» ha assicurato il nostro Premier Silvio Berlusconi aggiungendo che il Governo attingerà «dal Fondo per le calamità naturali dell’Unione Europea».

 

Attualmente il governo ha già messo in campo prima 30 e poi 70 milioni di euro e adesso ha dieci settimane per presentare la richiesta di fronte alle istituzioni europee. Alle iniziative che sono state prese in considerazione – una lunga serie di proposte, come la sospensione dei pagamenti per i terremotati di bollette e mutui – c’è il decreto legge che sarà varato questa settimana per fornire altri aiuti stabilendo l’entità complessiva dei sostegni, da frazionare e ripartire in più anni.

 

Ci costerà qualche sacrificio è vero (per coprire gli investimenti è possibile che sia ritardata la realizzazione di qualche grande opera già pianificata), ma se non altro gli aiuti non mancheranno. A questo si assommano i tanti gesti di umana vicinanza nei confronti delle popolazioni colpite dal terremoto che stanno giustamente coinvolgendo il mondo politico.

 

Oggi l’Abruzzo è una terra martoriata dal sisma. I paesini arroccati tra il Velino e il Gran Sasso sembrano corpi feriti: abitazioni sventrate, i vicoli sepolti dalle macerie, le piazze deserte e le chiese abbandonate. Come un uragano improvviso, il terremoto si è portato via tutto e non ha risparmiato né le persone né il sorprendente desiderio di bellezza che l’uomo con fatica e impegno aveva costruito negli anni: dipinti, basiliche, tesori dell’arte, libri e documenti. 750 anni di storia cancellati in pochi secondi.

 

La situazione è sicuramente drammatica, ma la mobilitazione di tutti i cittadini abruzzesi e dei moltissimi volontari che da ogni regione d’Italia si sono diretti nella provincia dell’Aquila per agevolare le operazioni di soccorso, sono un esempio tangibile di impegno umanitario e solidarietà. Come ha osservato il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in questo momento difficile «dovunque c’è un crollo, c’è qualcuno che aiuta e nessuno verrà lasciato solo».

 

Parlamento e Commissione Europea sono uniti e partecipano già concretamente all’attivazione del fondo europeo di solidarietà per le catastrofi naturali, prontamente richiesto dal Governo Italiano.

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Cosa chiedono i politici a Napolitano

Pubblicato da Mario Mauro su 14 aprile 2009

lunedì 9 febbraio 2009

È iniziata la corsa contro il tempo per salvare la vita di Eluana Englaro. L’ha iniziata questo governo che, sin dal primo momento, ha scelto di riaffermare il più importante tra i diritti: il diritto alla vita. Il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri è un segnale chiaro della posizione sulla vicenda. Nonostante il diniego del Presidente Napolitano, si procede a predisporre un disegno di legge per affermare che Eluana non può essere fatta morire. L’impegno del presidente Silvio Berlusconi è stato determinante: con un intervento immediato ha dimostrato di voler fare il possibile perché in questo Paese non venga eseguita un’atroce sentenza che, qualora venisse portata a termine, aprirebbe voragini giuridiche e ambiguità legali. Con questo spirito con Roberto Formigoni, Francesco Cossiga, Mario Giordano e Vittorio Feltri abbiamo scritto la lettera indirizzata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che contiene l’appello in favore di Eluana. Un appello stilato e sottoscritto da chi, consapevole che una ferita così grave non può essere inflitta a questo Paese, ha deciso di far sentire il proprio personale rifiuto rispetto a questo disegno di morte e che invitiamo, dunque, a firmare.

 

Si cerca oggi di introdurre ciò che dal 1999 al 2006 era stato negato: tutti i ricorsi di Beppino Englaro, respinti come inammissibili, ora sono stati accolti. Soltanto ora la pretesa del padre di fare morire la figlia è stata presa in considerazione e, stravolgendo la nostra Costituzione, quello alla morte è diventato un diritto. Eluana va a morire nel modo più atroce, privandola dell’alimentazione. L’acqua e il cibo le sono stati negati per sentenza. Questa donna non sarà la prima Terry Schiavo italiana: bisogna continuare a tentare tutte le strade legislative, giuridiche e mediche per cercare di proteggere chi non è in grado di farlo autonomamente perché affetto da malattia grave.

 

Non sembra, allora, un caso che nessuno di noi abbia mai potuto vedere anche una sola immagine di quella ragazza che oggi, diciassette anni dopo l’incidente, è una donna. Si è indotti così a pensare che Eluana sia un corpo privo di vita e di coscienza. Nessuna fotografia, nessun video è mai uscito dalla clinica di Lecco, il luogo in cui le Suore Misericordine hanno vegliato con infinito amore su di lei. Il suo volto è tenuto nascosto dietro quelle mura, perché altrimenti si saprebbe chi è oggi Eluana. Una donna che respira senza l’aiuto di macchinari, che apre gli occhi al levare del sole, che li richiude per il riposo notturno, che ha il ciclo mestruale e che tossisce. Il suo è un corpo che assimila il nutrimento (cibo e acqua). Un corpo che cresce e vive. Il cibo e i liquidi che oggi le sono negati le vengono somministrati col sondino, come accade a migliaia di malati colpiti da diverse patologie (quelle tumorali, ad esempio). A nessuno di loro ci si sognerebbe di negare il nutrimento.

 

Durante il convegno “Il Caso E in Italia – Eluana, Eutanasia, Eversione” svoltosi sabato scorso all’Università Cattolica di Milano, il centro di bioetica dell’ateneo ha invitato giuristi, personalità politiche e medici proprio con l’intenzione di discutere e svelare le contraddizioni ormai evidenti che questo caso porta con sé. Ed è stata proprio la comunità medica a sottolineare come non sia improprio definire questo progetto di morte – il famigerato “protocollo” – che pende sul capo della donna, un omicidio. In molti, infatti, si domandano perché, se secondo qualcuno Eluana è un corpo privo di vita (qualcuno l’ha addirittura definita “vegetale”), per eseguire il protocollo siano necessari trattamenti sedativi.

 

Stupiscono anche i commenti di una certa parte politica che chiama ingerenza l’interesse di Benedetto XVI e della Chiesa sulla vicenda. Se lo Stato non tutela il malato, stravolge la giurisprudenza e nega il diritto alla vita, non ha la Chiesa, per missione, il dovere di esprimere il proprio pensiero?

 

Occorre, allora, raccogliere l’appello del Santo Padre che, invitando tutti all’impegno per evitare una barbarie che una società civile e democratica non può in alcun modo tollerare, ha indicato la strada della preghiera comunitaria «per tutti i malati, specialmente quelli più gravi, che non possono in alcun modo provvedere a se stessi, ma sono totalmente dipendenti dalle cure altrui». Fa bene questo governo a portare avanti l’iter legislativo che è diventato un dovere civile, affinché non si neghino in nome di un’ingannevole pietas l’acqua e il cibo, le uniche “terapie” che per ingiusta sentenza oggi a Udine vengono negate a una donna: Eluana Englaro.

 

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I “nuovi diritti”, cavallo di Troia per distruggere la tradizione

Pubblicato da Mario Mauro su 14 aprile 2009

mercoledì 28 gennaio 2009

Ci sono casi in cui le convenzioni internazionali esercitano con forza un’azione che punta a sradicare la cultura giuridica di un paese. Negli ultimi 50 anni, anche a livello europeo, abbiamo avuto la prova di questo tentativo di introdurre, talvolta anche forzatamente, i cosiddetti “nuovi diritti”. La conferma ci arriva proprio in questi giorni in cui il Parlamento europeo, sovvertendo le urgenze d’intervento iscritte nelle agende internazionali, sta discutendo attorno ad una risoluzione del 14 gennaio scorso. Una dimostrazione di cui, francamente, non avevamo bisogno.

 

Da tempo la miglior dottrina giuridica denuncia l’esistenza di un alto rischio che la costruzione della casa comune europea avvenga non nel rispetto delle specificità nazionali o, meglio, “dell’identità nazionale degli Stati membri”, ma alla stregua di un centralismo, di stampo ottocentesco, che impone da Bruxelles le proprie ideologie nei confronti delle varie realtà locali. Con essa, ricorrendo al pretesto di una verifica sullo stato di attuazione dei diritti umani nel territorio dell’Unione europea, si cerca di stravolgere il significato e la portata originaria dei diritti dell’uomo, in contrasto con una visione personalistica che ha costituito il fondamento delle Carte costituzionali contemporanee, tra cui quella italiana.

 

Le competenze delle istituzioni comunitarie sono segnate con precisione nei Trattati che si sono susseguiti nel corso degli anni a fondamento dell’Unione europea. Lascia, pertanto, stupefatti il tentativo operato dal Parlamento di travalicare tali chiarissimi limiti, ribaditi, da ultimo, anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. Se queste tendenze egemoniche delle Istituzioni comunitarie non mutano è inevitabile che si diffondano negli Stati membri reazioni analoghe a quelle del popolo irlandese, con prevedibili conseguenze in ordine al fallimento del processo di integrazione. Quest’ultimo, per essere rilanciato, necessita di attente operazioni “dal basso”, volte a restaurare il primato della “orbis civilis nostrae Europae communicationis” e non certo di imposizioni verticistiche di determinate ideologie come quelle legate al concetto di identità di “genere” o di “diritti riproduttivi”.

 

Si è venuta ad affermare una giurisprudenza che ha cambiato il concetto di vita e di persona. Gli strumenti attraverso i quali è stata compiuta questa forzatura si ricollegano spesso al metodo nominalistico. Si elabora cioè la decisione di non chiamare più le cose con il proprio nome svuotando di significato quelle che possono essere aree di conflitto della giurisprudenza per favorire la diffusione di tali strumenti. Così facendo non si parla più di diritto alla vita, all’accoglienza della vita e della maternità, ma si parla di diritti della salute riproduttiva. Quando in una civiltà si ridenominano le cose, si cambia il significato delle cose. Nel momento della ridenominazione, effettuata soprattutto nelle carte internazionali, nei documenti prodotti spariscono i riferimenti fondamentali ai valori della famiglia (com’è peraltro avvenuto in Spagna con i termini padre e madre) o si addolciscono i termini che rimandano alle pratiche abortive o eutanasiche.

 

Ho esaminato punto per punto la risoluzione, proponendo in più parti emendamenti volti a modificare gli interventi contro il diritto e svelare le ambiguità. È significativo il fatto che l’Unione europea abbia ripreso gli Stati membri che continuano “a sottrarsi ad un controllo comunitario delle proprie politiche e pratiche in materia di diritti dell’uomo e cerchino di limitare la protezione di tali diritti ad un quadro puramente interno”. È chiaro che l’intenzione è quella di minare la capacità di controllo sui diritti da parte degli Stati che dovrebbero così smettere di occuparsi di diritto alla salute, di famiglia, di previdenza sociale. Il ruolo degli Stati nella tutela dei diritti verrebbe così diminuita contrariamente a quanto si legge nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

 

La risoluzione si preoccupa anche che il rispetto di tali diritti sia garantito anche all’interno delle “istituzioni chiuse”, pretendendo così di esercitare una funzione di controllo e vigilanza nei luoghi in cui si svolge la vita sociale della gente, ovvero associazioni, chiese, famiglia in primis. Il termine volutamente generico fa capire come si cerchi di non scoprire le carte e, quindi, le reali intenzioni.

 

Il caso emblematico di ciò che sta accadendo a livello internazionale riguarda il tema della “salute riproduttiva”. È stata in questo caso adottata la tecnica del livellamento perché in alcuni paesi non accettare di promuovere legislazioni abortiste significa non ricevere gli aiuti internazionali. Un metodo poco democratico di costringere i Paesi ad adottare tali provvedimenti.

 

Abbiamo avuto secoli in cui la giurisprudenza ha fatto il suo percorso intellettuale e individuale; oggi la ragione di stato è molto più incidente sulla vita della giurisprudenza di quanto non fosse in passato. Se il profilo degli accordi internazionali può snaturare la cultura giuridica di un paese a tal punto di implicare che a costituzione vigente non vale quella costituzione bensì un’altra legge, questo indica la complessità del momento giuridico e internazionale. Oggi, purtroppo, come principio generale la giurisprudenza italiana ha accettato che gli accordi internazionali vengono prima di alcune leggi, teoricamente non della costituzione.

 

In generale, se dovessimo riassumere il percorso evolutivo dei diritti segnalati prima, dal 1948 ad oggi abbiamo avuto tre passaggi chiari. In primo luogo c’è stata un’evoluzione del diritto alla vita che è sfociato nella generazione dei cosiddetti diritti della salute riproduttiva. Poi, la trasformazione dei diritti d’uguaglianza dove la tematica del genere, relativa al principio di non discriminazione, ha avuto una parte da protagonista. Infine ci si è soffermati sui diritti di espressione.

 

Come noto, con il primo concetto, e cioè quello di genere, si cerca di introdurre l’idea che gli uomini e le donne non sono tali per determinate caratteristiche naturali, ma solo in forza di una scelta culturale, come tale sempre mutabile. L’accoglimento di una tale ideologia porta a introdurre, surrettiziamente, un “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, dal momento che sarà sufficiente che una persona affermi di essere del genere opposto rispetto a quello del partner per poter chiedere il matrimonio, come avviene oggi in Spagna. Quanto al secondo concetto, e cioè quello di “diritti riproduttivi”, esso costituisce il cavallo di Troia per l’affermazioni di politiche antidemografiche ed eugenetiche.

 

Quanto sia illiberale l’imposizione di tali ideologie attraverso un uso distorto delle Istituzioni comunitarie, ben al di là delle loro competenze, è comprovato dal tentativo di ricomprendere nella risoluzione anche quelle che, con un’operazione di vera e propria manipolazione terminologica, vengono definite “istituzioni chiuse”. Con tale termine , come evidenziato ieri da Marta Cartabia, si vogliono intendere “i luoghi dove si svolge la vita sociale della gente”, dalle scuole agli ospedali, dalle parrocchie alle associazioni.

 

I diritti dell’uomo, nella prima e piena formulazione, fotografano tutto quello che è irrinunciabile. Il primo dei diritti che si afferma è il diritto all’esistenza, il diritto alla vita. La vita è principio imprescindibile affinché l’uomo possa affermare la propria umanità. Se non è tutelata, non ci sarà nessun compimento della legge.

 

Oggi c’è la tendenza a fare della teoria del diritto una sorta di supermarket dei diritti, in cui i diritti finiscono col configgere e creare questa dispersione dell’umano, in cui nessuno si sente tutelato. Questa è la frontiera estrema di un complesso di norme che erano state generate per uno scopo ma che poi ne hanno raggiunto un altro. Chi si forma nella giurisprudenza deve avere il desiderio di riannodare dei fili. La casistica è minima, ma potremmo fare una lunghissima teoria di casi insoluti che sono alla cronaca da molto tempo.

 

In sostanza, mediante un’operazione esclusivamente politica, si cerca di imporre il rispetto d’ideologie di parte anche alle Chiese, alle comunità religiose, alle famiglie, secondo un’opera di propaganda che non solo contrasta con il principio di sussidiarietà, nelle sue dimensioni orizzontale e verticale, ma ricorda metodi e prospettive dei peggiori totalitarismi.

 

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Mauro: nel resto d’Europa più spazio alla libertà di educazione

Pubblicato da Mario Mauro su 14 aprile 2009

mercoledì 29 ottobre 2008

Nessuna delle decine di migliaia di persone che nei giorni scorsi hanno partecipato alle manifestazioni anti-Governo e anti-Gelmini intonando i consueti slogan in favore della non libertà di educazione sa di aver manifestato contro tagli che colpiscono esattamente il loro bersaglio preferito: la scuola libera.

 

Con il decreto legge approvato a fine luglio, ai ministeri è stata data la piena discrezionalità rispetto alla scelta di come attuare i tagli di spesa previsti dal decreto.

 

Questa discrezionalità ha avuto come risultato che nel Bilancio di previsione dello Stato lo stanziamento previsto per il 2009 per le scuole paritarie viene ridotto di oltre 133 milioni di euro. Si passa da 535.318.000 a 401.924.000 euro, con un taglio del 25%.

 

Nei due anni successivi (2010 e 2011) lo stanziamento per le scuole paritarie prevede per il 2010 406 milioni di euro e nel 2011 la cifra viene tagliata ancora drasticamente di altri 94 milioni di euro: si passa da 406.100.000 a 312.410.000 euro. Un ulteriore taglio di quasi il 25%. In quattro anni dal (2008 al 2011) la cifra investita dallo Stato per le scuole paritarie viene dunque tagliata in totale di oltre il 40%. Da 535 milioni di euro si arriva a 312.

 

Un taglio che ricadrà esclusivamente sulle famiglie che scelgono la scuola paritaria, indebolendo fortemente la libertà di educazione nel nostro Paese.

 

Ancora più paradossale e preoccupante è il fatto che nel “Bilancio di previsione dello Stato per il 2009″ la spesa complessiva riguardo il funzionamento dell’istruzione viene aumentata di 656 milioni di euro, con un forte aumento delle spese per l’istruzione primaria, secondaria di primo e di secondo grado.

 

Il problema può essere risolto in due modi: approvando l’emendamento dell’On. Toccafondi firmato anche da altri trenta deputati della maggioranza tra cui Maurizio Lupi, Valentina Aprea, Raffaello Vignali, Renato Farina e Antonio Palmieri, nel quale si prevede il reintegro dei fondi tagliati, oppure con un maxiemendamento del Governo che appone fiducia alla legge finanziaria e alla legge di bilancio di previsione.

 

Preoccupa altresì il fatto che sono dati assolutamente discordanti con la tendenza verso la strada dell’autonomia intrapresa dalla più parte dei paesi dell’Unione Europea, nei quali si è arrivati a capire quali sono i nemici da combattere per migliorare l’efficienza e la libertà di educazione dei cittadini: questi nemici sono i “malati di ideologia”, chi vede cioè nello strapotere dello Stato il dispensatore supremo dei diritti e dei servizi per i cittadini, chi crede che la cosa giusta sia essere forti con i deboli e deboli con i forti.

 

Un sistema scolastico ancora fortemente centralistico non può che rispondere a una logica della rendita politica tutta tesa a salvaguardare il tornaconto di burocrazie ministeriali e sindacati a dispetto dell’emergenza educativa del Paese.

 

Bisogna invece avere il coraggio di liberalizzare l’intero meccanismo, altrimenti lo scontro ideologico produrrà ulteriori danni a quello che è già una mastodontica e inefficiente struttura al servizio soltanto della corporazione che vi lavora.

 

Dobbiamo evitare che la scuola italiana ritorni a compiere gli stessi errori che comporterebbero un ulteriore abbassamento della qualità della scuola pubblica, ma soprattutto un impietoso “affamamento” della scuola libera.

 

 

 

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Crisi finanziaria e terrorismo: due sfide imminenti per l’Unione Europea

Pubblicato da Mario Mauro su 14 aprile 2009

martedì 23 settembre 2008

L’Europa è molto preoccupata per la crisi finanziaria mondiale, della quale risentirà da qui ai prossimi anni. Dopo un anno dall’inizio delle turbolenze che si sono abbattute sui mercati internazionali, dopo la crisi dei mutui americani, invece di risolversi, l’instabilità sembra infatti propagarsi su terreni che vanno ben oltre il settore finanziario.

 

Una naturale conseguenza del fatto che in molti settori il sistema finanziario alimenta considerevolmente l’economia, ogni inconveniente si riflette perciò sull’economia reale, e quindi sui risparmi dei cittadini. Non solo: con l’impennata del prezzo dell’energia e degli alimenti ai più alti livelli dalla creazione dell’Unione monetaria europea nel 1999, l’inflazione ha sfondato lo scorso marzo quota 3,6% e come confermato dalla Banca Centrale Europea, sembra destinata a protrarsi nel tempo.

 

Ha ragione l’ex Commissario europeo Mario Monti quando afferma che l’Europa rispetto agli Stati Uniti «ha costruito nel tempo una governance dell’economia più moderna e più solida. La politica della Banca Centrale europea è generalmente giudicata migliore di quella del Federal Reserve System». Tuttavia ciò non basterà a far sì che si eviti il ripercuotersi della crisi sul bilancio comunitario, e sugli ambiziosi, ma indispensabili obiettivi contenuti nella “Strategia di Lisbona”.

 

Dobbiamo assolutamente evitare di trovarci senza risorse. La priorità per l’Unione Europea, a maggior ragione in un periodo di difficoltà come quello odierno, deve essere quella di dare attuazione alle politiche di sviluppo per non farsi schiacciare dagli eventi negativi, ma al contrario, per accelerare il più possibile il cambiamento della congiuntura economica.

Per questo le istituzioni europee devono prendere in considerazione l’ipotesi di utilizzare gli Eurobond come fonte addizionale di finanziamento al di fuori del bilancio nazionale degli Stati membri. Si può fare attraverso una ridefinizione del ruolo delle istituzioni finanziarie, al fine di sostenere le iniziative previste nell’ambito dei Piani nazionali per la Strategia di Lisbona e le iniziative europee in settori strategici come le reti trans-europee di trasporto, l’energia e le nuove tecnologie.

 

Si tratta di una scelta obbligata considerando la crescente e ormai quasi completa dipendenza del bilancio europeo dai trasferimenti di risorse nazionali, oltre alla necessità, riconosciuta nell’Accordo interistituzionale, che il bilancio europeo sia sottoposto a un’accurata riforma per garantire una migliore capacità di fare fronte agli obiettivi di crescita, stabilità e coesione dell’Unione.

Misure di finanziamento centralizzate collegate al bilancio comunitario, quali gli Eurobond, andrebbero ad integrare il quadro dei finanziamenti possibili collegati ai Programmi d’azione nazionali per la Strategia di Lisbona presentati dagli Stati Membri e vagliati dalla Commissione europea. Verrà presentata al Parlamento europeo una Dichiarazione scritta per sollecitare in tal senso l’esecutivo comunitario.

 

Altra preoccupazione per il Vecchio Continente è il ritorno a una pericolosa escalation di terrore in Medio Oriente. Gli attacchi contro i convogli italiani a Kabul, e soprattutto l’attentato al Marriot di Islamabad ci riportano repentinamente a fare i conti con il terrorismo di matrice islamica, indebolito ma mai sconfitto, che destabilizza un clima internazionale già abbastanza anarchico e sregolato.

 

Il Pakistan, dopo la morte di Benazir Bhutto è il teatro principale. Non sarà facile per il nuovo Governo uscire dal tunnel di una destabilizzazione che è sempre stata il frutto della posizione e della condizione geopolitica di uno stato indipendente dal 1947, da sempre incastrato tra la minaccia fondamentalista talebana e l’obbligata influenza americana. Obiettivo raggiungibile solo insistendo sulla promozione di una reale democrazia capace di sostenere la crescita della società civile e favorire la distinzione tra poteri dello Stato, e allo stesso modo però bisognerà prestare attenzione al fatto che il nuovo Governo sappia tenere ben salde le redini del potere. Questo è molto più difficile dopo l’uscita di scena del Presidente Musharraf. Questi, in un modo o nell’altro era sempre riuscito a scendere a patti con i partiti estremisti islamici, e guarda caso l’attentato sembrava avere come obiettivo il nuovo Presidente Asif Ali Zardari, nemico di Musharraf.

 

Considerando il fatto che Benazir Bhutto non aveva mai formato alcuna alleanza con altre parti politiche e che questo fu uno dei motivi che portarono al suo esilio e che forse hanno contribuito anche alla sua uccisione, viene da chiedersi se lo scenario non si sia ulteriormente complicato con l’uscita del controverso Musharraf. Non dimentichiamo che il Pakistan è una potenza nucleare. Il pericolo è quello di vedere le mani degli integralisti sulla bomba atomica con conseguenze scontate e catastrofiche.

Tutto il mondo occidentale è sempre più seriamente preoccupato dalle notizie provenienti da Islamabad, vista la presunta costruzione di nuovi reattori in aree strategiche del paese. E la vicinanza con i talebani afghani fa il resto.

 

 

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Mauro: l’India deve dimostrare davvero di essere un Paese laico

Pubblicato da Mario Mauro su 14 aprile 2009

giovedì 11 settembre 2008

Negli ultimi sei giorni di questa seconda ondata di violenza di massa dopo il Natale 2007, circa venti cristiani, uomini e donne, sono stati brutalmente uccisi in un clima che ricorda da vicino il massacro dei sikh a Delhi e in altre zone nel 1984, e quello dei musulmani nel 1993 a Mumbai e nel 2002 nel Gujarat.

Sono state stuprate suore, centinaia di pastori, preti e attivisti religiosi sono stati feriti. Oltre quaranta chiese sono state distrutte, molte per la seconda volta, oltre alle centinaia e centinaia di case ancora una volta bruciate nelle città, nei villaggi e nelle foreste. I cristiani sono stati braccati come animali.

Nella ricostruzione fatta dalle chiese locali non ci sono dubbi su chi sia stato a perpetrare simili violenze.

La responsabilità ricade sul Sangh Parivar, e sugli elementi che lo compongono, il Rashtriya Swayamsewak Sangh, il Vishwa Hindu Parishad (VHP), il Bajrang Dal e il Vanvasi Kalyan Sangh, e in particolare su gruppi legati agli ashram dell’ex vicepresidente Lakshmanananda Saraswati, appartenente al VHP.

I leader del VHP, tra cui Praveen Togadia, hanno apertamente invocato la pulizia etnica, mentre altri hanno dichiarato che non smetteranno di versare sangue finché non avranno liberato l’Orissa dai cristiani.

La polizia ha fatto finta di non vedere per mesi. Spesso si è resa complice delle violenze e non è mai intervenuta per salvare gli sventurati cristiani e le loro istituzioni. Al contrario, l’apparato di funzionari, vertici della polizia e burocrati ha ripetuto passivamente le menzogne del Hindutva Sangh Parivar e la sua stretta definizione di nazionalismo religioso per addossare ai cristiani la colpa delle tensioni.

“Se il Primo ministro (dello Stato dell’Orissa) e il suo governo hanno perduto il loro diritto di governare, anche il Chief Secretary, il segretario di Stato e il direttore generale della Polizia non hanno più il diritto di restare in servizio attivo. È una vergogna che restino in carica ed è una prova evidente della cospirazione messa in atto dal governo (locale), dal partito di coalizione Bharatiya Janata e dall’apparato di Stato contro la comunità cristiana e la fede cristiana”. Hanno proclamato a gran voce al Governatore dell’Orissa i cristiani di Delhi.

L’apparato di Stato ha sbagliato tre volte: non tutelando i cristiani nel dicembre 2007, non proteggendo l’ex leader del VHP né dipanando il mistero del suo assassinio, e infine non evitando ancora una volta ai cristiani lo sterminio nell’agosto 2008.

Per questo è necessario che il presidente dell’India imponga la legge presidenziale in Orissa, assumendo così le redini del governo in modo da ripristinare la pace a Kandhamal e in altri distretti. Urge la sospensione immediata dal servizio non di singoli agenti e giovani funzionari, ma del Chief Secretary, il segretario di Stato e il direttore generale della Polizia per grande negligenza nello svolgimento delle proprie funzioni e per aver aderito alla cospirazione volta a spazzare via i cristiani dall’Orissa.

Il controllo del distretto di Kandhamal va affidato all’esercito indiano, unico in grado di ridare fiducia alle vittime.

Il Presidente deve darsi da fare per ritrovare le numerose persone, alcune delle quali probabilmente morte o ferite, di cui è stata denunciata la scomparsa negli ultimi sei giorni; per far tornare nelle proprie case le decine di migliaia di cristiani tribali e dalit che si nascondono nelle foreste, molti dei quali senza cibo e acqua potabile.

Deve affidare ogni indagine relativa alle circostanze e agli sviluppi delle violenze al Central Bureau of Investigations (CBI). Il CBI deve anche indagare sull’omicidio del leader del VHP Lakshmanananda Saraswati.

Deve ampliare i poteri dell’attuale commissione giudiziaria guidata dal giudice Basudeo Panigrahi per stabilire responsabilità e colpevolezza di politici e funzionari governativi di ogni grado.

Garantire risarcimenti esemplari ai parenti prossimi delle vittime e ai feriti. Garantire assistenza e riabilitazione immediata alle vittime, in modo che possano al più presto ricostruire le proprie case, riottenere il lavoro e riprendere la loro vita normale, risarcire la Chiesa affinché possa ricostruire e ristrutturare le sue istituzioni religiose, educative e umanitarie.

Importantissima sarà infine l’istituzione di tribunali che seguano procedimenti accelerati nel giudicare i colpevoli a ogni livello durante tutte le fasi della violenza.

Solo questi gesti dimostreranno al mondo intero che l’India continua a essere un Paese laico, in grado di offrire garanzie costituzionali che tutelano il diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità, la libertà di fede ai propri cittadini e, per quanto riguarda i bambini, il diritto al cibo, all’educazione e a godere di un’infanzia non traumatizzata dal clima di terrore e dalla paura della morte.

Non dimentichiamo che la violazione della libertà religiosa non riguarda solo i cristiani ma tutti, dai buddisti agli induisti, dal Falun Gong fino ai musulmani. In questo contesto è molto importante capire in che cosa si gioca la nostra battaglia odierna.

Battaglia di cui siamo parte, nel modo che ci è consono. In un modo che non è furore ideologico scagliato per volere il male di altri, ma è il tentativo paziente e composto di costruire attraverso politiche concrete il futuro delle nuove generazioni. Dobbiamo agire nella consapevolezza che la violazione dei diritti alla vita e alla libertà religiosa nel mondo rappresenta la cartina di tornasole di quanto veramente le istituzioni internazionali abbiano a cuore la democrazia e i diritti. Siamo quindi di fronte ad un dramma che interessa tutta la comunità internazionale. E il bagaglio di valori di democrazia e libertà che la storia ha consegnato all’Europa ci danno una responsabilità enorme.

È proprio il cristianesimo che ha generato la coscienza e i diritti della persona.

Consentire la sua repressione può portare unicamente a un passo indietro di tutta la civiltà mondiale. E la mancata difesa da parte dell’Europa della principale libertà dell’uomo mette a rischio il nostro stesso futuro, ma ciò non deve sorprenderci.

Nel secolo scorso il più grande gulag della terra si trovava nell’Europa comunista e solo la figura di Papa Giovanni Paolo II è riuscita a sconfiggerlo, ricordando che la libertà religiosa è la libertà tout court. Ribelliamoci ad un’Europa che assiste inerme al sacrificio dei cristiani. Questo non vuole essere un invito al fondamentalismo cristiano, perché affermare questo valore vuol dire abbracciare la libertà di chi è perseguitato per amore di ciò in cui crede, sia esso cristiano, ebreo o musulmano.

 

 

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Mauro: l’Europa si assuma le sue responsabilità

Pubblicato da Mario Mauro su 14 aprile 2009

venerdì 29 agosto 2008

Rajani Majhi, 21 anni, due giorni fa è arsa viva mentre cercava di salvare gli ospiti di un orfanotrofio della missione di Bargarh nello stato dell’Orissa, in India. Nella stessa regione lo stesso giorno anche un uomo è bruciato vivo, a Kandhamal e una suora è anch’essa morta carbonizzata dopo essere stata stuprata nel Centro sociale di Bubaneshwar. In tre giorni di agguati sono già 11 le
vittime e 25 le chiese distrutte. Ma anche il mese scorso nella stessa regione è stato distrutto un orfanotrofio ed una parrocchia è stata saccheggiata.
Purtroppo non si tratta di episodi isolati, ancora una volta siamo di fronte ad attacchi contro le comunità cristiane, gli ennesimi episodi di una persecuzione che sembra non avere fine. Lo scorso 26 giugno in Pakistan Saba e Anila Younas, cristiane, sono state rapite da un gruppo di musulmani, costrette a convertirsi all’islam e obbligate a sposarsi. Potremmo continuare a raccontare episodi
simili che hanno come vittime dei peggiori soprusi cittadini di religione cristiana. Sono infatti all’ordine del giorno ormai in tutto il mondo episodi del genere, fatti che sembrano essere la prova di come essere (e vivere) da cristiani sia oggi scandalo per chi cristiano non è, e vergogna per chi non ha più interesse a esserlo. Siamo di fronte ad un fenomeno di portata inimmaginabile che sembra passare sempre più inosservato.
Benedetto XVI ha condannato “con fermezza ogni attacco alla vita umana, la cui sacralità esige il rispetto di tutti”, ha espresso solidarietà per i cristiani vittime delle violenze nell’Orissa e rivolgendosi “ai leader religiosi e alle autorità civili” dell’India, li invita a “lavorare insieme per ristabilire tra i membri delle varie comunità la convivenza pacifica e l’armonia che sono state
segno distintivo della società indiana”.
Partendo dalle parole di pace del Santo Padre ho rivolto un appello, insieme a Vannino Chiti, Vicepresidente del Senato e a Maurizio Lupi, Vicepresidente della Camera, al Premier Monmohan Sing “perché il suo grande paese  possa adoperare tutte le risorse per bloccare questa inaudita violenza che se non adeguatamente combattuta, non potrà che minare l’immagine positiva dell’India e le sue relazioni con il nostro paese”.
Va inoltre sottolineato il ruolo centrale che può e deve avere l’Unione europea nel sollecitare i Governi dei paesi in cui si verificano questi fatti, affinché i responsabili, che molto spesso non vengono nemmeno perseguiti, siano assicurati alla giustizia e affinché le minoranze religiose vengano salvaguardate. Perchè i paesi siano interessati a far sì che il loro ordinamento giuridico e costituzionale offra garanzie adeguate ed effettive per quanto riguarda la libertà di religione o di credo, nonché vie di ricorso per le vittime in caso di violazione di questa libertà. Solo facendo in modo che la promozione dei nostri ideali di libertà e giustizia diventi sempre più il marchio dell’Unione europea, potremo contrastare chi si rifugia nell’ideologia per il suo progetto di potere. Si dice sempre che l’Europa per aumentare la propria influenza debba agire unita. In questa materia sembra che questa unità sia stata trovata come dimostrano le diverse Risoluzioni che il Parlamento
europeo ha approvato pressoché all’unanimità. È il momento di assumerci le nostre responsabilità e di dare un seguito a queste Risoluzioni, che prevedono ad esempio la realizzazione di incontri multilaterali per proporre soluzioni immediate di salvaguardia, o la richiesta di un impegno strategico degli Stati in questione sulla base delle convenzioni internazionali sui diritti umani, che
detto in breve significa che l’Europa deve prendere per mano questi stati e portarli nella direzione dei diritti umani dimostrandone la convenienza.
Anche il Governo italiano può essere protagonista, auspichiamo che sollevi la questione già a partire dal Consiglio straordinario previsto per i primi giorni del mese di settembre.
Non dimentichiamo che la violazione della libertà religiosa non riguarda solo i cristiani ma tutti, dai buddisti agli induisti, dal Falun Gong fino ai musulmani. In questo contesto è molto importante capire in che cosa si gioca la nostra battaglia odierna.
Battaglia di cui siamo parte, nel modo che ci è consono. In un modo che non è furore ideologico scagliato per volere il male di altri, ma è il tentativo paziente e composto di costruire attraverso politiche concrete il futuro delle nuove generazioni. Dobbiamo agire nella consapevolezza che la violazione dei diritti alla vita e alla libertà religiosa nel mondo rappresenta la cartina di tornasole di quanto veramente le istituzioni internazionali abbiano a cuore la democrazia e i diritti. Siamo quindi di fronte ad un dramma che interessa tutta la comunità internazionale. E il bagaglio di valori di democrazia e libertà che la storia ha consegnato all’Europa ci danno una responsabilità enorme.
È proprio il cristianesimo che ha generato la coscienza e i diritti della persona.
Consentire la sua repressione può portare unicamente a un passo indietro di tutta la civiltà mondiale. E la mancata difesa da parte dell’Europa della principale libertà dell’uomo mette a rischio il nostro stesso futuro, ma ciò non deve sorprenderci.
Nel secolo scorso il più grande gulag della terra si trovava nell’Europa comunista e solo la figura di Papa Giovanni Paolo II è riuscita a sconfiggerlo, ricordando che la libertà religiosa è la libertà tout court. Ribelliamoci ad un’Europa che assiste inerme al sacrificio dei suoi figli. Questo non vuole
essere un invito al fondamentalismo cristiano, perché affermare questo valore vuol dire abbracciare la libertà di chi è perseguitato per amore di ciò in cui crede, sia esso cristiano, ebreo o musulmano.

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Il caso arriva all’Ue: la magistratura non può decidere per l’eutanasia

Pubblicato da Mario Mauro su 14 aprile 2009

lunedì 21 luglio 2008

La Corte d’appello civile di Milano, sulla base di una sentenza della Cassazione del 16 ottobre 2007, si è pronunciata il 9 luglio 2008 autorizzando il padre di Eluana Englaro, in qualità di tutore, ad interrompere il trattamento di idratazione e alimentazione artificiale che tiene in vita la figlia da sedici anni.
L’idea che qualcuno possa decidere per un altro se la vita vale la pena di essere vissuta è un criterio inaccettabile. L‘Unione europea è uno spazio dove non c’è la pena di morte e all’interno del quale il rispetto e la tutela per la vita e la dignità umana devono essere incondizionati.

In questi giorni è stata depositata un’interrogazione scritta alla Commissione europea e al Consiglio nella quale viene chiesto quali siano gli stili di vita compatibili con trattamenti sanitari, quali l’alimentazione e l’idratazione artificiale e se, in presenza di un vuoto legislativo in materia, può essere considerata dalla magistratura come chiara e convincente espressione della presunta volontà di una persona in stato di incoscienza la dichiarazione orale di un momento antecedente allo stato vegetativo.
Alla Commissione e al Consiglio è stato ricordato che l’articolo 32 della Costituzione italiana sancisce che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e, garantendo la possibilità al malato di accettare o meno un trattamento sanitario, sottolinea che la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Il Tribunale di Lecco aveva dichiarato in precedenza inammissibile il ricorso del padre di Eluana sul presupposto che ai sensi degli articoli 2 e 32 della Costituzione «un trattamento terapeutico o di alimentazione, anche invasivo, indispensabile a tenere in vita una persona non capace di prestarvi consenso, non solo è lecito, ma dovuto in quanto espressione del dovere di solidarietà posto a carico dei consociati, tanto più pregnante quando, come nella specie, il soggetto interessato non sia in grado di manifestare la sua volontà».
La Corte d’appello civile di Milano, sulla base della sentenza n° 21748 della Cassazione, ha ritenuto che l’interruzione delle cure può essere giustificata quando la ricerca della presunta volontà della persona in stato di incoscienza è ricostruita alla stregua di chiari, univoci e convincenti elementi di prova anche sulla base dello stile e del carattere della sua vita.

La sentenza della Corte d’appello civile di Milano rappresenta un pericoloso precedente volto ad orientare fatalmente il legislatore verso l’eutanasia.
Approfittando di un vuoto legislativo, si arroga il diritto di decidere su chi deve vivere e chi deve morire nel nostro Paese.
Cosa sappiamo noi di quello che una persona in queste condizioni sente, cosa sappiamo di cosa c’è dentro il cuore di queste persone?
Quale esperto potrebbe dichiarare, allo stato attuale, l’irreversibilità della condizione di stato vegetativo? E soprattutto, come si può considerare la dichiarazione di un momento come parametro per presumere la volontà di Eluana? La vita va difesa fino alla sua naturale conclusione e con essa va difeso altresì il principio dell’indisponibilità della vita stessa.

Una delle motivazioni che si danno in favore dell’eutanasia e al suicidio assistito è che servano per alleviare le sofferenze delle persone, ma spesso queste nascondono una richiesta d’aiuto contro la solitudine, contro il fatto di sentirsi un peso per gli altri.
Hanno bisogno di assistenza, di essere ascoltati, dell’affetto e della vicinanza dei loro cari e di un’équipe assistenziale per tollerare la loro sofferenza con dignità.
Le istituzioni, da chi fa le leggi a chi controlla la loro applicazione, dovrebbero quindi occuparsi del problema alla base, di aiutare chi soffre con cure sempre migliori, personale qualificato e sostenere le famiglie degli assistiti.

 

 

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